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Biancamaria – Ultima Parte

today20 Settembre 2022 25 2

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[…] Vi siete persi la prima puntata? Potete leggerla qui!

A questo punto entro in scena io. Lo zio Ludovico aveva stabilito il mio prezzo: trecentomila ducati e qualche cassa di seta e gioielli, un valore esoso pagato aumentando le tasse ai sudditi. Massimiliano l’avevo incontrato qualche volta al Castello, ma l’avevo visto talmente da lontano che non mi ricordavo nemmeno il suo viso e, comunque, non ci eravamo mai rivolti la parola. Il 30 novembre 1492 inviò un suo sottoposto a Milano per sposarmi al Duomo. Lo zio aveva desiderato per me una festa di quarantotto ore consecutive. A inizio dicembre, partii con il corteo verso il Tirolo, dove Massimiliano, quello che avrei dovuto chiamare mio marito, mi stava già aspettando.

Lo zio Ludovico disse che non poteva accompagnarmi perché ero un’Asburgo adesso e non più una Sforza. Inoltre, ero un’Imperatrice e non era conveniente che solo un duca zio mi scortasse a fino a casa mia. Sarebbe toccato a mio marito di venirmi a prendere, ma a quanto pare era troppo scomodo passare le montagne. Allora, con la scusa di dover fare qualcuno dei suoi studi naturalistici, l’unica persona amica che mi stette vicino nei miei ultimi momenti milanesi fu Leonardo. A dire il vero, ci fermammo a Como per fare visita a mia madre. Non avevo grandi attese, sapevo che una mente come la sua non poteva capire i miei sentimenti complicati in tumulto. Fu la fine del Mondo per me, trovarmi bambina ad osservare da vicino una madre come un’estranea. Mi apprestavo sola, incuriosita e impaurita al mio viaggio verso la mia vita da moglie. Oltrepassammo i paesi in riva al lago, avvolti da uno spesso strato fumoso di nebbia ed entrammo in Valtellina, ai confini delle nostre Terre. Milano mi sembrava già così lontana…

I sudditi delle montagne non mi sembravano così selvatici come li descriveva il Moro, anzi, sembravano scolaretti impacciati e ben istruiti ad accogliermi con allegria. L’indomani sarei stata la nipote del padrone alla quale avevano dovuto pagare la dote, se no non l’avrebbe sposata più nessuno. Leonardo ed io guardavamo con gli occhi spalancati la maestosità arcigna delle cime altissime che ci sovrastavano sfiorando le nuvole. Ci facevano ridere le leggende sugli ermellini diffuse in questi remoti angoli di civiltà sparsi qua e là sulle coste. Mio zio si era messo nel letto una bestiolina maledetta, perfida e che portava malasorte. Sghignazzavamo anche fino alle lacrime per gli stratagemmi che zia Beatrice aveva dovuto adottare per sedurlo. Come quella volta che… no mi vergogno troppo a raccontarlo.
Ci eravamo fermati un po’ a Bormio per riposarci prima di valicare le Alpi. Ci ospitarono gli Alberti, che si definivano nobili ma al nostro confronto sembravano degli zotici con il vestito della festa. Eppure, riuscirono a farmi sentire al sicuro, come quando da piccola mia mamma mi teneva in braccio. Le giornate erano freddissime e, quando le temperature si alzavano anche solo di poco, la neve copriva tutto il paesaggio di bianco. Mi fecero immergere a lungo tempo nelle acque termali per riscaldarmi e mi consigliarono anche di bere il loro vino rosso potentissimo per togliermi le paure dalla testa. Ricordo quel tempo come l’ultimo momento spensierato della mia vita, un limbo che finì ben presto perché il viaggio doveva continuare e finire alla svelta. Salutai Leonardo e con lui tutta Milano e mi apprestai all’ultima tappa, la più ripida e difficile. Mi dissero di contare i tornanti per non dare di stomaco, erano quattordici. Passammo attraverso una valle selvaggia, incastonata dentro una muraglia ghiacciata di roccia, disabitata, angusta e sospesa a mezz’aria. La vita scorreva mille metri più sotto.

Ad un tratto, il corteo si arrestò. Mi avvisarono che eravamo arrivati. Da una carrozza imperiale scese un uomo. Chiesi a una delle mie dame se fosse lui, ma lei scosse la testa. “Hat es Ihnen das Umbrail gefallen?” mi chiese se mi era piaciuto il Passo tra le due valli con troppe consonanti in bocca. Lo guardai sbigottita. “Vi è piaciuto il Giogo di Santa Maria?” cercò di tradurre le sue gentilezze in una lingua che non masticava. Non risposi e pensai soltanto che mio zio mi aveva fatto sposare un uomo che non parlava nemmeno la mia lingua. Con quella carrozza raggiunsi Innsbruck in silenzio e sempre in silenzio rimasi lì ad aspettare Massimiliano, impegnato in Stiria per un’invasione turca, per tre mesi.

In primavera, finalmente, ci sposammo. Fino a quel momento avevamo vissuto praticamente separati, pensavo perché lui non volesse disonorarmi. Eppure, alla prima notte di nozze, dopo la festa degna di un’imperatrice, mi fu chiaro tutto. Massimiliano mi disse senza troppi fronzoli “Mettiamo in chiaro come stanno le cose. Ti considero poco e quel poco lo faccio perché ho un debito con il Moro e perché sono un uomo d’onore. Insomma, non abbiamo niente da spartire. Non credi?”. Ero ancora lì davanti a lui, vestita e incerta su cosa avessi dovuto fare, come donna. Lui mi guardò senza capire. Io gli rimandai lo sguardo smarrito. “Che fai? Non ti spogli?” mi domandò. Obbedii ai suoi ordini. Capii quella notte come sarebbero andate le cose tra di noi. Per me lui era bellissimo, l’ultimo dei cavalieri, vivace e colto. Avrei finito con il passare i miei giorni a bramarlo e a pregare che lui mi guardasse; lui si sarebbe concesso raramente, trascurandomi il più del tempo, tanto era sicuro dell’effetto che mi faceva, lui che al solo passaggio mi faceva vibrare ogni nervo presente nel mio corpo. La mattina dopo lui mi disse “Ah, allora non sei come tua zia Beatrice!” e rise. Quando rideva gli si formava una doppia rughetta attorno alla bocca sorgendogli il labbro superiore al lato sinistro. “Ma non ti piaccio?” gli domandai timida. “Oh, certo sei bellissima. Hai una perfezione imponente!” mi rispose e non seppi mai se fosse un complimento o un demerito. Se questa domanda gliela facevano gli altri, invece, avrebbe sempre risposto che ero la sua bambola, una statua, ma non ero assennata quanto Maria, la sua prima moglie. L’Imperatore d’Austria detestava il mio carattere perenne, si sentiva castrato al mio cospetto.

Un paio di anni dopo mia zia Beatrice morì di parto. Il suo stato d’attesa era stato inquietato dalla contemporanea gravidanza di un’amante del marito. Eppure, dopo la morte, mio zio si chiuse in una stanza e, tra le lacrime inconsolabili, si fece crescere la barba fino alle spalle. I funerali di Beatrice furono più sontuosi del suo matrimonio. Massimiliano ed io tornammo a Milano insieme per sostenere lo zio nel suo lutto. Beatrice, per me, era stata come una sorella minore, a volte dispettosa o invidiosa, ma mai cattiva. Davanti a tutti dovevamo sembrare una coppia perfetta, così mi aveva ordinato mio marito e, in effetti, mi godetti quei giorni di attenzioni, seppur finte. Veniva a letto con me con passione perché gli serviva per dimenticare per un attimo il dolore che gli aveva provocato quella morte e che non poteva mostrare in pubblico senza essere sconveniente.

L’incendio di un castello nella valle dell’Inn permise a Massimiliano di farmi il primo e ultimo regalo del nostro matrimonio. Non avendo soldi per ristrutturarlo, lo scambiò con le vestigia gotiche di Berneck, arroccato su uno sperone sopra un fiume. Mi disse “Ci puoi andare se vuoi, io sono spesso via e tu lì ti troverai meglio che qui in città”. Era più che altro un ordine, era lì che lui mi voleva, in una scatola di dolci da aprire quando lui ne avesse la golosità. Inoltre, ero spiata da lontano dai servi scelti da mio zio. Tutti sapevano, tutti criticavano e tutti dicevano che mi ero meritata questa fine. Mi convinsi che Massimiliano non mi amasse perché non ci riusciva. Perché ero una persona che preferiva la solitudine. Un ermellino, piuttosto che vedere il suo vello macchiato di sangue, si lascia uccidere senza opporre resistenza.

Tra me e una vedova c’era solo la differenza che una vedova sa che deve pregare Iddio perché suo marito, tanto, non tornerà più. Io ero tormentata da pensieri profani, lo odiavo nell’assenza e lo amavo disperatamente nei ritorni. Non aveva con sé né Marte né Venere, ma era il mio dio minore. Mangiavo poco, quel poco lo vomitavo, avevo sempre un peso sul cuore e respiravo a fatica. Ero rimasta incinta qualche volta, ma i miei figli se n’erano andati tutti prima che potessi accorgermi che sarei diventata la loro mamma. Massimiliano tornava sempre e io, ogni volta che se ne andava, gli chiedevo se fosse l’ultima. Lui alzava le spalle e ripeteva la solita frase vuota: “Sono tuo marito e tu sei mia moglie”.

Massimiliano era un uomo molto generoso, forse è anche per quello che dissipò le sue ricchezze. Con la mia famiglia era sempre stato giusto e con il Moro non si era mai dimenticato di mostrare la sua gratitudine. Ero solo io che non andavo e alla quale non doveva niente in più di quello che già avevo, il suo cognome e le briciole per non morire di fame. Quando Milano finì in mano francese, lo zio venne imprigionato e impazzì in carcere. Ercole e Francesco, i miei cugini, diventarono nostri figli e Massimiliano li amò come tali. Addirittura, per ridare a loro le chiavi della città, fece calare quei luridi dei Lanzichenecchi pur di averla vinta. La mia città non fu mai più francese grazie a mio marito.

Mio marito, che dopo la mia morte nemmeno mi pianse, ha dissipato gli ultimi soldi che gli erano rimasti nei suoi ossessionanti progetti politici finendo talmente in miseria che le sue cambiali erano diventate carta straccia. Si era messo in viaggio nel freddo inverno austriaco, senza più forze per affrontarlo ed era morto. Avrei voluto morire anche io assiderata durante il mio corteo nuziale e non averlo mai conosciuto. Ma se non l’avessi mai conosciuto non avrei mai conosciuto l’Amore. Chi ha pagato le colpe del tuo corpo marcito senza essere stato tumulato, padre? Io, tua figlia. Mai più Bianca e né mai Maria. *fine*

 

 

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Written by: Patrizia Rondinelli

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